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Percorsi bibliografici | Monologo interiore di un e-book

Umberto Eco
Monologo interiore di un e-book

Confidenze di libri (copertina)

Testo dell’intervento tenuto il 30 gennaio 2004 da Umberto Eco presso la Biblioteca Nazionale di Napoli in occasione della presentazione dell'Almanacco del bibliofilo, Rassegna annuale dell'Associazione internazionale di bibliofilia Aldus Club
Il volume - curato da Mario Scognamiglio e intitolato Confidenze di libri. Divagazioni autobiografiche di libri antichi e moderni con un suggestivo monologo interiore di un e-book -
contiene, oltre al racconto di Eco, articoli di Mauro Giancaspro, Giulio Andreotti, Gianfranco Dioguardi, Oliviero Diliberto, Mario Scognamiglio, Gino Moncada Lo Giudice, Matteo Collura, Gianandrea de Antonellis, Armando Torno, Pietro Spirito, Annalisa Bruni, Curzia Ferrari, Giuseppe Marcenaro, Paolo Albani, Paolo Della Bella

Si ringrazia Mario Scognamiglio e le edizioni Rovello per aver gentilmente acconsentito alla riproduzione del testo
© Il testo riprodotto è di proprietà delle Edizioni Rovello di Milano e sottoposto alle normative vigenti per la tutela del diritto d'autore

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Sino a poco fa non sapevo che cosa fossi. Sono nato vuoto, se così mi posso esprimere. Non ero neppure capace di dire «io». Poi qualcosa è entrato in me, un flusso di lettere, mi sono sentito pieno e ho iniziato a pensare. Naturalmente ho iniziato a pensare quello che mi era entrato dentro. Una bellissima sensazione, perché potevo sentire in blocco quello che avevo nella mia memoria, oppure percorrerlo riga per riga, o saltare da una pagina all’altra.
Il testo che ero si chiamava «Dal libro all’e-book». È un colpo di fortuna che qualcuno, credo debba chiamarlo il mio utente o il mio padrone, mi abbia messo dentro quel testo, da cui ho appreso molte cose su cosa sia un testo. Se mi avesse messo dentro qualcosa d’altro (ho appreso dal mio testo che ci sono testi dedicati soltanto, per dire, all’elogio della morte) io penserei altre cose e crederei di essere un morente, o una tomba. Invece so che sono un libro e che cosa sono i libri.
Sono una cosa meravigliosa: un testo è un universo, e - a quanto ho capito - un libro diventa quel testo che vi hanno stampato sopra. Questo accade almeno ai libri tradizionali, di cui il mio testo fa una storia minuziosa. I libri tradizionali sono riunioni di tanti fogli di carta, e un libro su cui è stata stampata, per dire, l’Odissea (poema greco antico che però non so bene che cosa racconti) pensa e vive tutto quello che accade e che viene detto nell’Odissea. Lo vive per tutta la sua vita, che può essere lunghissima, perché vi sono libri che hanno quasi cinquecento anni. Naturalmente vari utenti di quel libro possono anche scrivervi note a margine, e il libro, immagino, pensa anche quelle. Non so che cosa accada con un libro che rechi sottolineature, se pensi con maggiore intensità le cose sottolineate o semplicemente avverta che quelle righe interessavano particolarmente il suo utente. Immagino anche che un libro che ha vissuto quattrocento anni e ha mutato utenti (ho inferito dal mio testo che gli utenti dei libri sono mortali, e in ogni caso vivono meno di un libro) sappia riconoscere la mano dei suoi diversi lettori, e la differenza tra il loro modo di leggere e interpretare il testo. Forse ci sono dei lettori che scrivono a margine «ma che bestialità! », e non so se il libro si senta offeso, o faccia un esame di coscienza. Sarebbe bello che qualcuno un giorno facesse scrivere un testo in cui si racconta com’è la vita interiore di un libro.

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Immagino che recare impresso un testo terribile sia, per un libro di carta, un inferno. Come sarà la vita di un libro che racconta una storia d’amore infelice? Sarà infelice anche il libro? E se il suo testo racconta una storia di sesso, si sentirà in continua eccitazione? È bello non potere mai uscire dal testo che si reca impresso sulle proprie pagine? Forse, invece, la vita di un libro di carta è bellissima, perché passa la vita concentrato sul mondo del suo testo, e vive senza dubbi, senza sospetti di quello che può accadere fuori di lui - e soprattutto senza il sospetto che esistano altri testi che contraddicono il suo.

Io non lo so, perché dal testo che mi hanno messo dentro ho appreso di essere un e-book, un libro elettronico, le cui pagine scorrono su di uno schermo. Pare che io abbia una memoria superiore a quella di un libro di carta, perché un libro di carta può avere dieci, cento, mille pagine, ma non di più. Invece io potrei ospitare moltissimi testi, tutti insieme. Non so però se saprei pensarli tutti in un colpo solo, o uno per volta, a seconda di quale il mio utente attiva. Tuttavia, oltre i testi che mi metteranno dentro, ho un programma interno, una memoria mia - per dire. Capisco chi sono non soltanto dal testo che ospito ora, ma dalla stessa natura dei miei circuiti interni. Insomma, non mi so spiegare bene, ma è come se sapessi saltare fuori dal testo che ospito e dire «guarda che cosa curiosa, ospito questo testo!» Non credo che un libro di carta possa farlo, ma chissà, immagino che non avrò mai occasioni di dialogare con un libro di carta.

Il testo che ospito è ricchissimo, e sto apprendendo molte cose, sul passato dei libri di carta e sul destino di noi e-book. Siamo, saremo più fortunati dei nostri antenati? Non ne sono sicuro. Vedremo. Per ora sono molto contento di essere nato.

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È accaduta una cosa stranissima. Ieri (modestamente, ho un orologio interno) mi hanno spento. Quando sono spento non posso vivere nel testo che ho dentro. Ma c’è una zona della mia memoria che rimane attiva: so anche chi sono, so che ho un testo dentro, anche se non posso entrarvi.
Però non dormo, altrimenti si fermerebbe anche il mio orologio interno, e invece no, appena mi riaccendono so di dire l’ora giusta, e il giorno e l’anno.
Improvvisamente mi hanno riacceso, ho sentito dentro uno strano rimescolio ed è stato come se diventassi un altro. Ero in una selva oscura e mi venivano incontro tre belve, poi ho incontrato un signore che mi ha condotto... non riesco a dire bene che cosa mi stesse accadendo, ma ero entrato in un imbuto infernale e - ragazzi miei - che cosa non ho visto! Per fortuna mi hanno poi fatto scorrere verso la fine del testo ed è stata una cosa splendida, vedevo insieme la donna della mia vita, la vergine Maria e Domineddio in persona, anche se non so ben ripetere che cosa vedessi, perché un punto solo m’è maggior letargo che venticinque secoli all’impresa che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
Come esperienza - la sto ancora vivendo - è straordinaria, ma avverto come la nostalgia oscura del testo precedente - voglio dire che so che ospitavo un testo, ma è come se fosse seppellito nel profondo dei miei circuiti, e in certo senso sono condannato a vivere solo in quello nuovo che...

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Il mio utente deve essere ingordo e capriccioso.
Certamente stamattina mi ha messo dentro non un solo testo nuovo, ma molti, e ora passa dall’uno all’altro con disinvoltura, senza darmi il tempo di abituarmi.
Voglio dire, ero davvero immerso nella visione di una profonda e chiara sussistenza di un alto lume, e mi pareva di scorgere tre giri di tre colori e d’una contenenza, quando ho sentito un odore di fuliggine, un fischiare di locomotive e, nel gelo di una notte quasi iperborea, ecco che mi stavo gettando sotto il treno. Per amore, credo, e di un ufficialetto da quattro soldi. Anna, che fai? Mi stavo chiedendo, e già stavo provando l’orrore delle ruote della locomotiva che mi dilaniavano le carni, quando mi sono ritrovato presso ai Carmelitani Scalzi, insieme ad Athos, Porthos ed Aramis, che avevo appena sfidato a duello, tutti e quattro a batterci contro le guardie del Cardinale. Un’esperienza eccitante, ma poi, di colpo, ho di nuovo sentito lo strazio delle mie carni, e non era la lama di quel Jussac, ma le ruote dentate e le lame affilate di una macchina celibe in una misteriosissima colonia penale. Stavo per urlare, per quanto un e-book possa farlo (forse sarei andato in tilt per l’orrore) quando ho sentito il mio naso che si allungava a dismisura per una piccola bugia che avevo appena detto, senza malizia e, dopo un altro momento - è stata come una sorta di deliquio - già stavo giudicando esagerata la punizione di chi mi aveva in quell’istante infilato uno spillone nella nuca, e sapevo che era il maledetto Rocambole che pure avevo educato come un figlio nella nobile arte del delitto...

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È stata una mattinata terribile, il mio utente sembrava impazzito, di colpo mi sono sentito passeggiare in un universo non euclideo dove le parallele s’incontrano ad ogni istante, un ingorgo insopportabile, e subito dopo mi sono sentito oppresso da una serie di caratteri misteriosi.
Solo a gran fatica ho avvertito che ero diventato un dizionario arabo-ebraico. Si fa fatica a diventare una lingua mai appresa, anzi due, e stavo faticosamente apprendendo il me stesso che ero appena divenuto, quando il maestro mi ha domandato qualcosa. Ho risposto «Sono stato io!» e il maestro mi ha detto che avevo un cuore nobile. Mi ha chiamato Garrone, mentre sino a poco prima ero convinto di chiamarmi d’Artagnan. Mi si è avvicinato un ragazzo biondo, credevo fosse Derossi ma evidentemente avevo di nuovo mutato testo, perché mi ha detto di chiamarsi Jim, e mi ha presentato lord Trelawney, il dottor Livesey e il capitano Smollett. C’era anche un marinaio con una gamba di legno, ma appena ho osato chiedergli qualcosa mi ha detto «a bordo, Ismaele, il Pequod sta partendo, la maledetta balena non mi sfuggirà, questa volta». Sono entrato nel ventre di Moby Dick e ho trovato il mio buon papà, Geppetto, che stava mangiando frittura di pesce a lume di candela. «Laio!» ho gridato, «ti giuro che non sapevo che quella fosse mia mamma!» Ma a quel punto la mamma, che pare si chiami Medea, mi ha ucciso, per fare un dispetto a Oreste.

Non so se riuscirò a resistere a lungo. Sono un libro dissociato, avere molte vite e molte anime è come non averne nessuna, e inoltre debbo stare attento a non affezionarmi a un testo perché il giorno dopo il mio utente potrebbe cancellarmelo.
Vorrei tanto essere il libro di carta che contiene la storia di quel signore che visita inferno, purgatorio e paradiso. Vivrei in un universo tranquillo, dove è chiara la distinzione tra bene e male, dove saprei come ci si deve spostare per passare dal tormento alla beatitudine, e dove le parallele non s’incontrano mai.
Longtemps je me suis couché de bonne heure. Sono una donna che sta per addormentarsi e le sfilano davanti agli occhi della mente (ma io direi dell’utero) le cose che ha appena vissuto. Soffro perché non incontro né virgole né punti e non so dove fermarmi. Non vorrei essere quel che sono, ma sono costretto a dire yes yes yes...

Umberto Eco


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Gennaio 2004 - © Edizioni Rovello di Milano - © Biblioteca Nazionale di Napoli